martedì 27 ottobre 2020

Sulla coltivazione dei Tartufi nel giardino di Desio (ora Villa Tittoni)

Letture e Approfondimenti

SULLA COLTIVAZIONE DEI TARTUFI NEL GIARDINO DI DESIO

 Lettera dell'Abate Carlo Amoretti 


 
Lettera dell'Ab. Carlo Amoretti al P.M. Guglielmo della Valle M.C.
Sulla coltivazione dei Tartufi, e delle Spugnole.


Pregiatissimo Amico
Milano 25 novembre 1786.

Eccovi in iscritto, anzi in istampa, quanto v'accennai viaggio facendo da Pavia a Milano sulla vegetazione de' tartufi, e delle spugnole, da me osservata, la prima nel giardino di Desio, la seconda nel giardino di Milano del Sig. Marchese Ferdinando Cusani.

Il giardino di Desio è ampio piucché essere nol sogliono i giardini delle Ville Lombarde, ove il terreno, generalmente ubertoso con parsimonia si consacra al lusso. In quel giardino misto è l'utile al dilettevole. Nelle vigne, negli orti, ne' broli vedesi sempre congiunta all'ubertà, alla sceltezza delle piante, alla squisitezza del prodotto la più bella eleganza. Ampie e maestose serre ove costringono gli erbaggi i frutti e i fiori a mostrare nel più fitto inverno tutta la pompa della primavera; ove serbano nelle vaste limoniere il tepore della spiaggia ligustica; e ove agli ananassi, alle muse, al caffè ec. offron un clima quale i progenitori loro il provano fra i tropici; mentre a loro dinanzi simmetricamente distribuite sorgono in aria aperta parecchie delle più belle piante dell'America settentrionale. Un bel ruscello a cui i colli Comaschi somministrano acqua perenne, mentre attraversa il giardino, e ampie vasche vi forma, vi mantiene in ogni parte l'umidità necessaria, la quale altrimenti non avrebbesi in un paese, che dai due piedi di profondità fino ai 150 non presenta che arida ghiaja. 
 
In tutto ciò ognun ravvisa l'oggetto d'utilità non disgiunto dalla campestre delizia; ma i viali fiancheggiati da tigli, i boschetti di castagni e di roveri, e le alte ed ampie siepi di carpino che ora strade formano, or piazze, or labirinti, or tempj, or grotte, sono eglino un fondo senza prodotto?

Tali verranno da voi riputati; e infatti chi architettò il giardino, non destinolli, che a frenare l'occhio con monotona simmetria, o tutto al più ad estivo passeggio. Eppur qui per l'appunto quasi a fior di terra stanno, crescono, si moltiplicano i tartufi in copia tale, che voi ne stupireste, comunque avvezzo ai colli del Monferrato.

Ecco come si scoprì questo prodotto. Mentre l'anno scorso preparavasi il giardino per l'autunnale villeggiatura che splendida esser suole, e numerosa si d'ospiti, che d'amici convitati per la vicinanza alla città, un contadino, che sgombrava dalle erbe un viale con ferro tagliente, recise un tartufo che stava presso la superficie. Tale gli parve alla vista, e all'odore; ma dubitandone tuttavia per la novità della cosa, ad Antonio Villoresi mostrollo abilissimo e colto giardiniere, che ben tosto lo riconobbe, e diedesi a cercarne degli altri, che pur trovovvi.

Si procurò quindi un cane da tartufi, che non si ebbe se non da Agliate villaggio presso i colli, poiché al piano niuno mai pensò a cercare tartufi, ove niuno mai prima di quel dì trovati ne avea; e in presenza de' padroni, e degli ospiti ne' boschetti e appiè de' carpini molte libbre sen raccolsero per la maggior parte neri ma alcuni pur se ne scavarono e bianchicci, e di color di carne col sapor d'aglio, quali venir ci sogliono dalle vostre colline.

Io non era allora in Desio, perché scorreva le coste della Liguria occidentale, ma seppi, e'l verificai poscia con moltiplici osservazioni oculari, che i tartufi generalmente ivi trovansi sulle sponde e sugli orli de' carpini e de' boschetti. Ve n'ha pur talora qualcheduno in mezzo al bosco, principalmente nel castagneto, le cui piante a comodo passeggio non hanno che i più alti rami, onde ha libero corso l'aria, sebbene libero non così sia l'ingresso ai raggi del sole estivo; ma non sen trovano mai nel mezzo delle folte e larghe siepi di carpino. Da ciò appare che un qualche raggio di sole e una certa ventilazione amino queste piante; che pur piante le chiameremo co' botanici, malgrado la loro esterna ed interna conformazione, per cui dal comun delle piante cotanto differiscono.

Il mentovato Giardiniere ha sì ben fatto l'occhio a questo prodotto, che anche senza cane al piccolo rialzamento della terra che fa crescendo ei conosce il tartufo; ma non conviene il così coglierlo, perché l'occhio non può giudicare della maturanza come ne giudica l'odorato del cane, che i soli tartufi maturi e saporiti sente, e scava.

La grossezza di questi tartufi è varia, e sen sono raccolti parecchi di due pollici di diametro. Per lo più son solitarj, ma non di rado trovansi a gruppi o a nidiate come dir suole il giardinier fiorentino, di otto o dieci assai vicini; in guisa però che l'uno l'altro non tocca. Colgonsi in ogni stagione, ma la più opportuna pare l'autunno.

La scoperta de' tartufi nel giardino ha mossi alcuni a ricercarne ne' vicini boschetti sì di castagni, che di roveri, ma ogni ricerca, anche coll'ajuto di valente cane, è stata vana.

Come dunque nacquero e propagaronsi i tartufi nel giardino di Desio? Se vero è quanto asseriscono i Fisici che questa pianta studiarono […], essa maturando manda i suoi semi alla superficie, daddove spargonsi (e in ciò concorrono probabilmente gl'insetti), e i tartufini producono, alimentati a principio colla sostanza della madre a misura che imputridisce. Or nulla è più probabile, anzi nulla è più certo che lo spargimento di questi semi nel giardino di Desio. Certo è che molti tartufi d'ogni specie colà portansi in occasione delle villeggiature estive ed autunnali; che tra questi alcuni v'arrivan già vicini a imputridire, e anche putridi in parte, che è quanto dire soverchiamente maturi; che a tutti i tartufi levasi la corteccia in cui la semenza suol risiedere; e che queste spazzature di cucina gettate nel concime vanno generalmente ad ingrassare il giardino.

Ma è probabil, mi direte, che di questo concime parte ne vada anche fuor di giardino, ove pur un tartufo non trovasi. Sì; ma non basta seminare i tartufi per poi raccoglierli. Bisogna che il seme cada in luogo adattato, convenientemente umido, alquanto ma non del tutto ombreggiato, in terreno ottimo, e che mai non sia smosso; il che di rado o non mai avviene al terreno concimato delle campagne. Non credo necessario eseguir tutti i precetti che altri […] ci ha dati sulla coltivazione de' tartufi, cioè di crivellar la terra d'un fondo ombreggiato per l'altezza d'otto once, di deporre i tartufi vicini a coromperli alla profondità di cinque once distanti 18 uno dall'altro, e di ricoprirli poi con una specie di fango sino a livello del terreno. Tanta cura mi sembra soverchia, e forse nuoce il deporli sì profondamente; ma giova certamente che concorrano circostanze analoghe alle osservate nel giardino di Desio.

Io v'ho narrato il fatto. Se voi credete quindi qualche cosa inferirne per la coltivazione artificiale de' tartufi, fatel pure; e io vi faprò buon grado se mi darete poi il ragguaglio de' vostri sperimenti, e dell'esito che avranno.


Vengo ora alla coltivazione delle spugnole, e sarò breve. Prima che il Villoresi cogliesse nel giardino di Desio i tartufi, Genesio Sala suo esperto allievo, e attualmente giardiniere al servizio dello stesso Padrone in Milano, veggendo fra i rifiuti della cucina in primavera molti pedali di spugnole, che attaccate aveano le radicette, pensò a metterne alcune sotterra in un angolo del giardino destinato a servir di passeggio, e perciò coperto di sottil ghiaja. Alla primavera seguente vide spuntarne molte spugnole, e spuntar solamente in quel luogo ove messi aveva i pedali. Nel luogo stesso le lasciò perire senza coglierle; e nella scorsa primavera rinate le vide in maggior copia, e anche un po' distante dal luogo della prima seminagione, ond'inferir si dee, che un seme avean fatto, il qual pel vento o per altra cagione era andato a cader lontano dalla spugnola madre. Il fatto è certo; ed io con altri molti ne fui testimonio.

Pur questa coltivazione tenterete, io spero; e son sicuro che non la tenterete invano, Addio. 

 
Lettura consigliata:
Opuscoli Scelti sulle Scienze e sulle Arti - Tomo IX
AA.VV
Stampato in Milano presso Giuseppe Marelli
1786 - 500 pag
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lunedì 19 ottobre 2020

I Tour di Laura - Palazzo Arese Borromeo Casano Maderno

 I tour di Laura

PALAZZO ARESE BORROMEO - CESANO MADERNO

Il Palazzo Arese Borromeo ed il suo giardino costituiscono un importante complesso monumentale e un pregevole esempio di dimora signorile seicentesca lombarda. 
Sorse per volontà di Bartolomeo III Arese su precedenti possedimenti di famiglia, a partire dal 1626. Personaggio chiave della politica lombarda del Seicento sotto la dominazione spagnola, ricoprì la carica di presidente del Senato di Milano. Forte era dunque l'esigenza di sancire l'importanza degli Arese con la costruzione di un edificio degno del potere e della ricchezza della famiglia.
L'edificio presenta facciata austera e una corte interna da dove si può ammirare la loggia sopraelevata che funge da belvedere su giardino.

L'interno del palazzo è riccamente decorato da pitture seicentesche e settecentesche. La decorazione presenta diversi soggetti a seconda della destinazione d'uso delle sale: si passa dai soggetti paesaggistici a quelli storici, mitologici, letterari, religiosi e di costume. 
Al piano superiore di notevole importanza sono la Galleria delle Arti Liberali, il salone centrale dei Fasti Romani, la sala della Boschereccia.
Al piano inferiore è invece la lettura allegorica, politica e famigliare, degli affreschi a medaglione sul soffitto.
Da non trascurare è l'affaccio sulle sale alla mosaica, che in origine erano allietate anche dalla presenza di acqua.
 
Durata consigliata: 2 ore


Prenota il tour con Laura scrivendo a lauramilanomonza@gmail.com
 
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giovedì 24 settembre 2020

Brianza - cucina e prodotti

Letture e Approfondimenti

BRIANZA - CUCINA E PRODOTTI

La cucina brianzola è simile a quella milanese, sebbene più povera. Le prime notizie storiche riguardanti la cucina brianzola risalgono verso il 100 d.C., declamando la prelibatezza di funghi e tartufi.
Il territorio brianteo era poi fin dall'antichità famoso per la pregevolezza dei vitigni e la bontà dei vini ricavata. Fu a partire dal 1860-70 che la filossera colpì le piante causando la moria di centinaia di ettari di vigneti. 
Oggi si cerca di mantenere la tradizione della preparazione dei piatti tipici che hanno caratterizzato la vita contadina nei secoli scorsi e riscoprire le colture di prodotti che con il passare dei decenni, sono stati dimenticati. Fra i piatti tipici vi sono i salumi, la salsiccia luganega, la polenta classica, vonscia e pasticciata, il risotto allo zafferano con l'aggiunta di luganega, il minestrone, la busèca, la cazzuoeula, gli ossibuchi, la torta paesana utilizzando il pane raffermo.  
La vecchia cucina di Brianza si basava sulla vita contadina vissuta nella curt della cascina. Il contadino trovava la soddisfazione dei propri bisogni nell’ambito domestico; infatti il nutrimento era fornito dall’orto attinente la casa e dal rimanente del raccolto, dopo la consegna della sua parte a decima (tributo) al signore proprietario terriero e alla chiesa.
 
 
Ecco la dieta contadina con prodotti che si conoscevano nel contratto colonico → farina gialla cotta in pani o polente, minestre di riso, pasta rara, legumi, verdure, lardo come condimento. Il pane non era sempre cotto, era preparato dalle contadine ogni 7/15 gg. Cotto solo fuori a causa di pesi e dimensioni troppo grandi. I condimenti più comuni erano il sale, il lardo, l'olio di colza o ravizzone, l'aglio, la cipolla. Raro il burro. Le uova erano scarse poiché si vendevano per ricavare qualche soldo. La carne era sulla mensa solo durante le festività religiose. Le poche famiglie meno disagiate allevavano il maiale. Nella Brianza collinare maggiore vi era una quantità di latte grazie ad alcuni capi di bestiame; spesso consumato rappreso (cagiada) e con qualche formaggio.
Spesso la polenta rappresentava quasi l'unico cibo per tutta la giornata, con potere saziante ma poco nutriente a causa della carenza di amminoacidi essenziali, ma soprattutto di niacina, vitamina indispensabile per il nostro metabolismo, causa di pellagra. Intere popolazioni pur non trovandosi in regime di monocoltura, si ridussero ad alimentarsi quasi esclusivamente di mais, ignari del pericolo.
 
Altri prodotti...
L'orto delle campagne mantiene dall'800 caratteristiche ancora medioevali poiché sono coltivate piante dalle proprietà curative o aromatiche; spazio per le colture alimentari in grado di fornire calorie per la scarsa dieta (legumi, fagioli, piselli, zucchine, verze). Pomodori e peperoni sono coltivati diffusamente dall'800, utilizzando gli angoli soleggiati dell'orto perimetrale alla cascina. Mais e patate, queste introdotta dalle autorità come alimento specifico per i contadini che non potevano acquisire il grano. C'era anche la frutta. Crescevano spontanee molte castagne e le noci. Più comune era il consumo delle nocciole. Un altro frutto a disposizione era la mora di gelso. Pere, mele, ciliegie, prugne e fichi, pur coltivati erano destinati ai proprietari o inviati al mercato. Restava al contadino solo la frutta tardiva. La frutta era solo per i giorni di festa.  
I pesci che abitualmente erano consumati sul territorio della Brianza erano pesci di mare: saracche e merluzzo. Conservati con essiccazione e salagione si mantenevano a lungo e costavano poco.
Appena un contadino poteva permetterselo, subito allevava un maiale: era un investimento per il futuro e un modo per utilizzare i pochi scarti alimentari che vi potevano essere. La cascina quasi non produceva rifiuti e il maiale aveva la funzione di nutrirsi delle parti non commestibili degli alimenti. Vi erano persone che singolarmente o in società, non avendo spazio o tempo per l'allevamento, affidavano ad un contadino il compito di allevare per loro conto il maiale, del quale poi si spartivano i salumi. La macellazione e la successiva lavorazione erano un rito collettivo, anche per necessità, perché occorrevano parecchie persone per l'uccisione e la lavorazione del povero animale, compreso l'esperto nel dosaggio degli ingredienti per la preparazione dei salumi. Si raccoglieva il sangue in un secchio che veniva fritto e dato ai presenti. Poi la carcassa era lavata con acqua bollente e raschiata per eliminare le setole; si toglievano le interiora. La carne doveva durare per quasi tutto l'anno e dava sostentamento alla famiglia insieme agli altri prodotti. Spesso si doveva consegnare ai proprietari; restavano al contadino la testa, la carcassa, i piedi, il lardo e il grasso. La macellazione avveniva agli inizi dell'inverno, in modo tale che le basse temperature favorissero sia la conservazione della carne fresca che la stagionatura degli insaccati. Si consumavano salumi, oppure grasso da condimento o carne fresca.
 
Prova queste due ricette! (Clicca sui nomi per aprire le pagine delle ricette)
 
Il nome deriva probabilmente dal cucchiaio con cui si mescola (casseou) o dalla pentola in cui si prepara (casseruola). Un’altra spiegazione vuole invece che una volta il piatto venisse preparato dagli operai dei cantieri edili e che il nome derivi dall’attrezzo utilizzato per mescolarlo durante la cottura, la “cazzuola”.
 
Questo dolce ha svariati nomi. Non solo torta paesana. È chiamata anche torta di pane, torta di latte o in dialetto torta michelacc (ovvero mica e lacc, pane e latte). È una torta tradizionale tipica di tutta la Brianza e che si usa portare in tavola in occasione della festa del paese; una ricetta contadina semplice, povera e di recupero. La filosofia è  quella del riuso, caratteristica delle ricette popolari, dove non si poteva buttare via nulla.
 

Vuoi approfondire?
Leggi i miei articoli sul blog di Posti e Pasti!
Scopri la storia dei piatti più conosciuti (Cazzoeula, Torta di Latte, etc..)
Scopri quali sono i prodotti tipici della Brianza e dove trovarli!
Brianza in Cucina - Storia, Tradizioni e ricette della gastronomia Briantea
AA. VV. -Bellavite/Il Cittadino
2000 - pag 109
 
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mercoledì 16 settembre 2020

I Tour di Laura - Il Duomo di Monza e il suo tesoro

 I tour di Laura

IL DUOMO DI MONZA E IL SUO TESORO

Il Duomo di Monza è una chiesa fondamentale per la storia della città. L'architettura odierna è frutto di costruzioni e modifiche avvenute nel tempo. Nonostante ciò rimane vivo e tangibile il ricordo di tempi più remoti, tempi che combaciano con l'epoca longobarda. Si vuole che la costruzione della chiesa origina fosse voluta nel 595 dC. dalla regina Teodolinda, cattolica cristiana, che fece conoscere questa religione al popolo. Dedicato a San Giovanni Battista, l'edificio venne arricchito di un tesoro che in parte rimane visibile ancora oggi: oggetti di oreficeria di gusto ricco e raffinato. Il tesoro venne aumentato nel corso dei secoli. 

 
Nel Duomo è visitabile la prestigiosa cappella di Teodolinda, così chiamata poiché dipinta nel XV secolo con opere dedicate alla storia della regina. E' qui conservata la Corona Ferrea, oggetto derivante da interventi realizzati tra il IV-V e il IX secolo, probabile un’insegna reale tardo-antica, passata ai re longobardi e pervenuta infine ai sovrani carolingi, che l’avrebbero fatta restaurare e donata al Duomo di Monza. Riconosciuta come corona dei Re d'Italia, forte è il culto religioso che vuole vedere all'interno dell'oggetto la presenza di un chiodo della croce del Cristo.
 

Altre opere distinguono al ricchezza del Duomo e del suo Museo: la chiesa è quasi tutta affrescata da opere principalmente realizzate tra il XVI e il XVIII secolo, ma conserva ancora manufatti medioevali come il paliotto d'altare e il vecchio pulpito. Il museo invece, aperto al pubblico dal 1963, è stato ampliato e dal 2007 offre la visione di diverse opere che prima erano conservate in deposito. Di grosso merito i vetri originali del rosone della chiesa.
 

E infine la facciata, a cui proprio nel 2020 è stata restituita bellezza. Sono oggi visibili i colori più originali, quella bicromia bianco-nera dell'edificio medioevale.
 
Durata consigliata: 2 ore - 15m
1 ora di museo, 30 minuti cappella di Teodolinda  e Corona Ferrea, 40 minuti circa Duomo interno/esterno
Si ricorda che la visita guidata alla cappella di Teodolinda e Corona Ferrea è condotta dal personale interno delle Fondazione Gaiani.


Prenota il tour con Laura scrivendo a lauramilanomonza@gmail.com
 
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mercoledì 29 luglio 2020

L'Assassinio di Re Umberto I

Letture e Approfondimenti


L'ASSASSINIO DI RE UMBERTO I
Il Tragico Fatto e l'Impressione a Monza
Il Cittadino - Rivista di Monza e del Circondario
  02 agosto 1900

La città fu in questi giorni ed è oggi ancora animatissima: in ogni angolo stanno crocchi di cittadini commentanti l'avvenimento; i supplementi dei giornali vanno a ruba: molte bandiere abbrunate sventolano alle finestre, specialmente in via Carlo Alberto: molta gente staziona attorno all'Arengario, avidi di raccogliere i particolari della cronaca. L'impressione in tutta la cittadinanza è enorme: tutti i negozi recano la scritta listata a nero: chiuso per lutto nazionale. Molti stabilimenti hanno dato vacanza ai loro operai. L'emozione vivissima di indignazione domina i monzesi amareggiati dal pensiero che proprio la loro città, in occasione di una festa solennizzata nella concordia degli animi, sia stata teatro di tragedia.

Prima Pagina - dal libro La Cronaca diventa storia - Il Cittadino

IL FATTO
Da testimoni oculari e dai famigliari della real casa abbiamo potuto raccogliere parecchie notizie notevoli. La catastrofe avvenne appena prima il Re lasciato il palco presidenziale e salito sulla carrozza, stava per uscire dalle palestre. Sul suo passaggio a tre metri di distanza s'addensavano due fitte ale di popolo. Mentre il Re, montato sulla carrozza, che era preceduta da quattro dei nostri pompieri, rispondeva ai saluti della folla, pello, l'assassino, con un tiro preciso e fulmineo, gli scaricò in pieno petto i tre colpi di rivoltella. Il Re barcollò, lasciò cadere il cappello, si strinse la testa tra le mani, piegando verso sinistra, poi sedette e parve riprendere d'un tratto forza e sangue freddo, gridando l'ordine di partire. I cavalli, che al rumore dello sparo si erano impennati, partirono al galoppo; nel frattempo i vicini afferravano l'assassino, facendo a terra sotto le percosse furiose della folla eccitata. Lungo il breve tragitto il Re si scosse, toccò il panciotto spostandolo leggermente per sentire s'era ferito e mormorò: "Mi pare di non esser stato colpito"; poi cadde riverso, cogli occhi sbarrati: pare dalle induzioni dei medici che sia spirato mentre la carrozza passava il cancello della villa.

ALLA VILLA
La regina abbigliata in abito di pranzo attendeva al ritorno il Re allo scalone. Appena si vide dinanzi il cadavere del consorte, svenne e fu raccolta e portata via dai famigliari, mentre i generali Ponzio Vaglia, Mainoni e Serafini trasportavano il sovrano nella sua camera da letto. Furono recati di fretta candelabri e cordiali: arrivarono prima l'assessore dottor Savio, poi il chirurgo dott. Vercelli, infine il dott. Erba, direttore dell'ospedale, ma non poterono far altro che constatare la morte. La Regina, riavutasi, si portò al letto del consorte, collo sguardo impietrato, con aspetto calmo e dignitoso, senza lagrime; lesse negli occhi dei medici il responso fatale, e si buttò sul cadavere del Re a baciarlo. Mons. Bignami, credendo di ravvisare nel corpo del sovrano le contrazioni di un estremo singulto, gli diede l'assoluzione in articulo mortis. Pochi minuti dopo arrivarono alla villa reale l'arciprete mons. Rossi, il sindaco Corbetta, e il deputato Pennati; mons. Rossi accompagnato da Don Alselmo Bellani, fu introdotto gen. Ponzio Vaglia nella camera ove giaceva il cadavere. Nella notte giunse pure in carrozza da Milano il sac. Giulio Cantù, coadiutore a S. Gottardo in Palazzo; successivamente arrivò anche lo stesso proposto di S. Gottardo, sac. Bertoglio. Il cadavere deposto sul letto coperto da un ampio lenzuolo bianco la testa fu strettamente legata da un fazzoletto in direzione verticale: un notevole rigonfiamento si era prodotto alle orecchie per una stasi interna di sangue.

L'ASSASSINO
L'assassino Gaetano Bresci di Prato fiorentino d'anni 31, venne denudato, rinchiuso in una camera della caserma dei Reali Carabinieri, sorvegliato da due sentinelle. Interrogato dal tenente Borsarelli sulle cause che determinarono in lui il ferale proposito, rispose di non seccarlo, e che non aveva voglia di parlare. Secondo alcuni però avrebbe dichiarato di essere anarchico e di non avere complici. Venne lunedì notte trasportato alle carceri, che sono straordinariamente sorvegliate da sentinelle. Per il servizio d'ordine sono stati chiamati da Milano un drappello di alpini e quaranta carabinieri e due squadroni di cavalleria. Due impiegati telegrafici sono stati distaccati a Monza dall'ufficio centrale di Milano in servizio straordinario per l'enorme affluenza dei dispacci.

I SUFFRAGI
Lunedì mattina la Regina assistette alle due messe celebrate nella camera del sovrano, su di un altare improvvisato, da Don Giulio Cantù e da mons. Bignami: poi mandò a chiedere un nuovo celebrante a mons. Arciprete che fece tosto sospendere l'ultima messa in Duomo per soddisfare all'augusta domanda. Mons. Arciprete che era ritornato alla reggia la mattina di lunedì di buon'ora per presentare le condoglianze sue, del Capitolo, del Clero della fabbriceria  e delle associazioni cattoliche incaricandone il generale Avogadro di parteciparle a S. M. la Regina, si recò pure martedì mattina col rev. Teologo, e col fabbriciere Sig. Mina rinnovando le condoglianze al conte Oldofredi: i due prelati celebrarono la S. Messa alla presnza della salma. La notte del misfatto appena ritornato dalla reggia, mons. Arciprete si era fatto premura di telegrafarne la triste novella a S. Eminenza il Car-nale Arcivescovo che si trovava in visita pastorale ad Arsago: S. Eminenza rispose a mons. Arciprete pregandolo di partecipare le sue sentite condoglianze alla Regine e alla Reale famiglia, ritornò poscia a Milano ove ha pubblicato la seguente circolare: Ai Prevosti e Parroci della Città e Diocesi di Milano. Profondamente costernati per l'esecrando delitto consumato nell'Augusta persona di sua Maestà il nostro Re, a manifestazione di lutto ed a suffragio dell'anima del defunto Sovrano ordiniamo quanto segue: 1) In questa sera si suonino le campane di tutte le Chiese della Città. 2) In tutte le Chiese Parrocchiali e Collegiali, tanto della Città che per la Diocesi, si canti quanto prima si possa una Messa da Requiem datone il segno la sera antecedente col lugubre suono delle campane. Milano, da Palazzo Arcivescovile il 30 luglio 1900. Andrea Card. Arcivescovo - Giuseppe Ghezzi Can. Ord. [...]

[...]
GLI ARRIVI
In questo giorno fu un continuo giungere di congiunti della Real famiglia e di ministri e di alti dignitari dello Stato. Lunedì alle ore sedici il Sindaco colla Giunta, l'avv. Brambilla, presidente della Congregazione di carità, e l'ing Mina vicepresidente della Società Ginnastica si recarono a palazzo reale a partecipare alla Regina il vivo e unanime sentimento di rimpianto e di cordoglio della intera cittadinanza.

I SOVRANI
Sono giunti ieri sera alle ore 19 i nuovi sovrani cui era stata comunicata la triste notizia della morte di Re Umberto dal Capo di Spartivento. Vittorio Emanuele III non voleva prestar fede al terribile annuncio, ma pur troppo più tardi ebbe la dolorosa conferma del fatto. A Capo d'Armi i sovrani ricevettero 120 telegrammi che davano loro tutti i ragguagli del luttuoso fatto: ivi la nave Yela fu pure incontrata da una delle torpediniere partite dal porto di Messina in traccia del legno reale.

[...]
LA TRISTE IMPRESSIONE
"Descrivere l'impressione che ha prodotto nell'animo nostro la terribile notizia diffusasi come folgore questa notte, non ci sarebbe possibile; fu come se una mano gelida ci serrasse il cuore: o per alquanto tempo la mente colpita dall'orrore di un delitto così grave, ebbe pena ad acquistarne coscienza di certezza, come sempre accade per i fatti che ripugnano intimamente alla stessa natura umana. [...] "L'enumerazione delle vittime di questa brutalità formata da cento perversioni dell'anima umana, sarebbe in questo istante retorica, mentre senza dubbio il misfatto compiutosi ieri a Monza è tale da superare per noi in gravità i precedenti, e di tutti riassumerli in unica immagine luttuosa. "Perché non è soltanto come uomini, offesi nel senso più delicato e civile, il senso del rispetto alla vita umana, che noi oggi soffriamo; è anche come cittadini, i quali nel Re riconoscono il rappresentante di quella autorità, posta per disposizione di Dio in mezzo agli uomini, e i quali nella vittima augusta non veggono solo la persona, ma l'istituto, e sanno che l'istituto appunto più che la persona volle l'assassino prendere di mira, e colpire, e sopprimere, nel suo orgoglio di uomo che dopo essersi ribellato a Dio ripetendo il non serviam dell'angelo delle tenebre, non può tollerare nessun segno eminente del principio che da Dio solo promana e in lui solo sicuramente poggia. "Noi vorremmo che la sciagura d'ieri ravvivasse negli italiani la coscienza del pericolo che sovrasta al paese, della necessità di ritornare prontamente a criterii ineccepibili d'ordine e di giustizia, cercandone il presidio là dove l'ordine e la giustizia hanno sansione inesorabile. [...] Dall'Osservatore Cattolico
[...]



Il Cittadino di Monza e della Brianza è un periodico locale italiano edito a Monza.
Il primo numero de il Cittadino uscì giovedì 17 agosto 1899. Il giornale era l’espressione dei cattolici monzesi che volevano far sentire la loro voce in un momento molto difficile, in cui il "non expedit" (non conviene) di Pio IX li emarginava dalla scena politica italiana. È cominciata allora una lunga storia non ancora interrotta: anni di informazione locale e un radicamento sul territorio, fanno del giornale la testata leader per autorevolezza e diffusione a Monza e in tutta la Brianza. Oggi l’identità de il Cittadino è cambiata: si presenta come la voce del territorio e della sua gente, con l’ambizione di essere un punto di riferimento nel dibattito politico, economico e culturale di Monza e della Brianza.


Lettura consigliata
Il Cittadino - Rivista di Monza e del Circondario - 02 agosto 1900

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